Elogio del silenzio

L’editoriale del nostro Direttore Ermanno Battista

Aprile è il più crudele di tutti i mesi. Genera
lillà dalla terra morta, mescola
memoria e desiderio, desta
radici sopite con pioggia di primavera

Con questi famosi versi inizia The Waste Land di Thomas Stearns Eliot. Aprile, il mese della primavere, viene presentato, in questo capolavoro della poesia modernista novecentesca, come il mese della morte. Assurdo, sembrerebbe. Eppure quest’anno la poesia di Eliot ci è sembrata, per certi versi, profetica. Negli ultimi mesi, soprattutto durante il periodo di primo lockdown – quindi a partire da marzo ed aprile, dalla primavera foriera di vita, ma tristemente anche di morte – abbiamo riscoperto il silenzio. Siamo rimasti meravigliati, stupefatti, di fronte alla bellezza delle città e delle metropoli completamente vuote. Dove l’unico rumore era quello del silenzio. Una situazione che è stata definita, non a torto, apocalittica. Del resto, lo si sa dall’antica Grecia, che l’uomo è un’animale sociale, che ama stare in compagnia e la chiacchiera, come affermava Heidegger, è la cifra del nostro essere: insomma – per dirla in parole più semplici – siamo umani, di natura socievoli, e amiamo parlare e comunicare; al silenzio, insomma, preferiamo il rumore delle parole. E il rumore della chiacchiera, del si dice, naturalmente si diffonde maggiormente in un mondo, come il nostro, che è dominato dalla comunicazione. Comunichiamo ogni cosa: dove stiamo, con chi stiamo, cosa stiamo facendo, con il semplice gusto di far vedere agli Altri – quelli con cui ci interfacciamo – la nostra vita. Il nostro mondo abbonda di comunicazione. Siamo non solo ben oltre il villaggio globale di McLuhan ma anche oltre quella network society di cui ci ha parlato Castells. Presi nel vortice della comunicazione abbiamo dimenticato chi siamo. Abbiamo perso il valore della parola e della scrittura. E, soprattutto, quello del silenzio. Cosicché quando sentiamo il silenzio ci sembra di vivere in una situazione paradossale, apocalittica. Non sappiamo più cosa fare. Ci sentiamo privati della vita perché abbiamo confuso il nostro vivere con il comunicare qualcosa.

Elogio del silenzio

Ecco perché le immagini del marzo/aprile scorso hanno risvegliato in noi, nel nostro animo umano, la paura più recondita. Abbiamo visto il vuoto intorno a noi e ci siamo sentiti, incredibilmente, soli. Ognuno perso nella sua soggettività, nella sua individualità, nella sua interiorità. Abbiamo avuto, certo, la possibilità di comunicare – tramite videochiamate, videolezioni, e qualsiasi altro mezzo tecnologico che ci permette di tenerci in contatto con tutto il mondo. Ma che fosse successo se ci fossimo svegliati e la tecnologia avrebbe smesso di funzionare? Pensateci un attimo: i cellulari non funzionano, Internet non funziona, tutti gli altri sistemi collegati alla tecnologia – ascensori, televisioni, metropolitane, aerei – non funzionano. Cosa sarebbe successo? Credo che in quel momento avremmo visto la Morte. Non la morte che passava sotto forma di un virus, di un patogeno, di qualcosa che minacciava il nostro organismo e che poteva portarci alla morte biologica. Ma la Morte del nostro modo di concepire il mondo oggi: e questo ci avrebbe fatto, sicuramente, più paura. Questo è quello che succede nell’ultimo romanzo di Don DeLillo, uscito presso Einaudi il 2 febbraio scorso. La tecnologia, improvvisamente, collassa e lascia tutti da soli, senza alcun nodo. È il silenzio – titolo dell’opera dello scrittore statunitense. Non lasciatevi ingannare dalla lunghezza del romanzo – poco più di 100 pagine. È uno scritto intenso. Tipicamente delilliano. Con maestria il maestro della paranoia ci dipinge un mondo non troppo lontano dal nostro – la vicenda è ambientata nel 2022 – in cui la tecnologia ha preso il posto della vita. Come in ogni complottismo che si rispetti, c’è chi inizia a parlare di attacco terroristico, chi di atto di guerra, chi dell’inizio della terza guerra mondiale; altri ancora, invece, del sopraggiungere di un buco nero che sta proiettando nel suo orizzonte degli eventi il nostro spazio-tempo. DeLillo non risponde a questi dubbi, non ci mostra la causa del collasso tecnologico, ma ci mostra le conseguenze dello stesso sul nostro animo umano. Che si traduce in un sopravvento di paura. Paura della Morte. Eppure proprio con il collasso tecnologico – ci dice DeLillo – gli uomini ricominciano a vivere:

La gente ricomincia a farsi vedere nelle strade, con una certa cautela all’inizio, e poi sulla scia di un senso di liberazione, tutti camminano, guardano, si interrogano, donne e uomini, drappelli casuali di adolescenti, tutti che si accompagnano vicendevolmente mentre attraversano l’insonnia di massa di questo tempo inaudito. E non è strano che certi sembrino aver accettato questa sospensione, questo guasto? Forse è qualcosa che hanno sempre desiderato a livello subliminale, subatomico? Alcune persone, sempre e solo alcune, un numero minuscolo di abitanti umani del pianeta terra, il terzo pianeta più vicino al sole, regno dell’esistenza mortale. (p. 68)

Staccati dalla tecnologia, dalla comunicazione incessante, sempre rumorosa, gli uomini riprendono a vivere. Ritrovando nel silenzio loro stessi. Forse quello di cui tutti noi abbiamo bisogno per vivere è proprio questo: staccare la spina dagli Altri, prenderci un minuto di pausa, e rimanere soli. A guardare un film/una serie televisiva, a leggere, a scrivere, a riposarci semplicemente. Nella nostra società abbiamo dimenticato il privilegio della pausa. La pausa, al di là di quello che l’ideologia neoliberista e iperlavorista ci dice continuamente, non significa fallimento. La pausa, il restare da soli, è la nostra vera essenza di esseri umani. Abbiamo, infatti, il privilegio della solitudine. La solitudine, per dirla alla Pasolini, implica la nostra indipendenza. Nella comunicazione incessante, dei social, del nostro tempo siamo semplicemente omologati agli Altri. Da soli possiamo ritrovare il senso della nostra singolarità. Da soli. E nel silenzio.

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