Lettera dall’abisso. Un racconto.

Un racconto del nostro Direttore, Ermanno Battista, da leggere d’un fiato e che lascia riflettere…

“Si presenti la prossima volta”: non so quante volte avevo sentito queste parole. Ma quel giorno fecero male. Come un coltello mi penetrarono nell’anima e la tagliarono a pezzetti. Sentivo che qualcosa era finito. Provai a dare fiato alla mia bocca, a far uscire qualche parola, un “la prego, mi dia un’altra possibilità, mi faccia un’altra domanda”, ma non ci riuscivo. Già conoscevo la risposta. Mi alzai mestamente dalla sedia, recuperai il mio libretto, lanciai un’occhiata alla mia foto e da questa al Giudice esaminatore, gli strinsi la mano, voltai le spalle e mi avviai alla porta.

Già immaginavo quale Inferno mi spettava fuori da quella scatola, le orde di ragazzi che si lanciavano verso di me, lasciando cadere a terra i libri sui quali studiavano disperati, aspettando in un miracolo dell’ultim’ora, armati della loro domanda “come è andata? Cosa ti ha chiesto? Che domande fa? Come si comporta? È esigente?”. Non potevo rispondere a quelle domande, feci finta di nulla. Ero solo Io nel corridoio.

Eppure vedevo in ogni luogo ove cadeva lo sguardo ragazzi che studiavano, altri che chiacchieravano, quelli innamorati che si baciavano ed abbracciavano, chi piangeva perché era stato bocciato ad un esame, chi gioiva perché, al contrario, era riuscito, chi festeggiava con amici e parenti per un traguardo per anni inseguito e finalmente raggiunto, chi alle macchinette prendeva un caffè o qualcosa da mangiare o semplicemente aspettava qualcuno, chi fumava una sigaretta, chi nell’aula studio viveva la sua giornata. Vedevo, innanzi a me, in tutta la sua forza, la Vita. La vita in tutte le sue forme: pianti, gioia, amicizia, amore. E io mi sentivo vuoto, grigio in un arcobaleno di colori, senza anima alcuna. Qualcosa in me si era spento. Neanche più le lacrime avevano il coraggio di bagnare il mio volto. Osservavo tutto come se non avesse importanza alcuna. Tutto con uno sguardo assente di chi è presente in un altro dove. Ero altrove. Indifferente a ciò che mi era intorno. 

Era passato il tempo di quando mi incazzavo per una bocciatura ad un esame, o, peggio, quando piangevo perché non vi ero riuscito. Mi sentivo frustrato, in quelle occasioni. Mi sentivo fallito, a volte. Ci hanno installato questa idea che nella vita dobbiamo avere successo, altrimenti non siamo nulla. Che dobbiamo studiare per prendere il miglior voto possibile, per raggiungere il miglior risultato possibile perché un 10 o un 30 o un 110 ci rendono migliori degli altri. Che dobbiamo fare di più degli altri, perché ognuno di quelli che ci sta accanto – non importa se sia un tuo compagno, un tuo amico, un tuo fidanzato – è un potenziale nemico, e potrebbe soffiarci quel posto che è nostro. Che, se hai l’occasione, non aiutare chi è sulla tua stessa barca: non parlare con loro, non prenderci un caffè insieme, non dargli degli appunti, non mostrarti debole come loro. Del resto, se nessuno lo ha fatto con te, perché tu dovresti essere diverso e farlo con loro? Che dobbiamo laurearci presto, perché prima terminiamo gli studi, prima possiamo ottenere quel posto di lavoro; il mercato funziona così, non dobbiamo perdere la cosa più preziosa, il tempo. Che l’università migliora e viene premiata se tu ti laurei in tempo (e, si intende, con un buon risultato): quindi sei tu che devi contribuire al successo della tua università. Che la felicità non è data dall’amore, dal viaggiare, dal ridere e dallo scherzare, dal piangere, dal leggere un libro, dall’uscire con gli amici: questo è inutile, non serve a niente, se non a farti perdere tempo. Abbiamo barattato la nostra felicità con i CFU: più CFU ottieni, più sei felice. E se non riesci in tutto questo non dare la colpa agli altri, ai professori stronzi che hanno dimenticato di essere stati studenti anche loro, al sistema: è solo colpa tua. Vuol dire che devi impegnarti di più. Studiare di più. Questo ci è rimasto da fare. Questo dobbiamo fare. E quando torni nel posto in cui abiti, lì dove c’è solo il cuore, ormai ti chiedono soltanto “lo studio come va? Quanto ti manca per la laurea?” e nessuno ti chiede più “come stai?”, come se noi fossimo robot. Tutto quello che è fuori dalla biblioteca, dalla nostra stanza, dai nostri libri non deve interessarci. Questa è la macchina infernale che ci hanno creato. Questo, quello che siamo costretti a subire.

Di tutto questo non mi frega più nulla, ora. Anzi provo quasi un assurdo senso di leggerezza, come se avessi raggiunto una calma, un nirvana. Abbozzo quasi un sorriso. Sto seduto sul terrazzo, fumando la mia ultima sigaretta. L’ho già deciso, quando l’ho accesa, che questa sarebbe stata la mia ultima sigaretta. La fumo con più gusto, ne assaporo ogni boccata. Guardo il cielo. È una bella giornata. Da quanto tempo non mi fermavo ad osservare il cielo? Da quanto tempo non alzavo semplicemente gli occhi al cielo per vedere che forma avessero le nuvole? Da quanto tempo non c’era una giornata così bella? Non ricordo più quando è stata l’ultima volta che sono uscito. Prendo il cellulare. Voglio sentire la voce di mia madre. Non li chiamo mai, i miei. Ma oggi è tutto così diverso. Li voglio sorprendere. 

“Mamma ciao. Come stai? Sì, l’esame è andato bene. Li ho finiti, finalmente. Ci ho messo un po’ di tempo. Sì, l’importante è arrivare alla fine. Devo terminare la tesi e poi sono ufficialmente dottore. Non vi farà pagare altre tasse, ve lo prometto. Va  bene, smetto di parlare di queste cose. Sì, parliamo di cose belle. Certo che voglio festeggiare! Una festa con gli amici, sì, e una con i parenti. Sì, preferisco farne una sola con voi. Sì, quando scendo andiamo a vedere per il vestito, il ristorante, eccetera. Sono felice di sentirti così contenta. Dai, non piangere. L’importante è che voi siate fieri di me. Sempre. Anche papà? Ne sono contento. Sì, passamelo”.

La gioia nella voce di mia madre. La fierezza, mista a commozione, in quella di mio padre. Per la prima volta li sento contenti di me. Sono fieri del loro figliolo che ce l’ha fatta. 

“Sì, tranquilla mamma. Oggi mi diverto. Promesso: niente studio! Ogni tanto fa bene staccare la testa dai libri”.

I miei coinquilini mi aspettano. Stasera c’è una festa universitaria: quale migliore occasione per festeggiare il raggiungimento di un traguardo tanto importante? Incontri gente, saluti gente, chiacchieri, balli, bevi un po’ più del solito. Me lo posso permettere, oggi. Non sono più un fallimento. CE L’HO FATTA! Mi ubriacherò stasera. Sono già ubriaco di felicità, adesso. Già immagino la seduta di laurea, tra due mesi, e la festa che seguirà. Sarà un bel giorno. Come questo, in cui le nuvole sono state finalmente spazzate via. In cui rinasce la Vita. 

Spengo l’ultima sigaretta. Mi alzo. Cammino lungo il terrazzo. Vedo le macchine in fila. Il suono dei clacson. I ragazzi che vanno a prendere le loro auto e i loro mezzi al parcheggio. Chi aspetta l’autobus. La vita non è mai stata viva in questo non luogo. Respiro profondamente. Voglio assaporarlo fin dentro ai polmoni, questo profumo di vita. L’abisso non sarà mai profondo quanto il cuore vuoto di un uomo. La strada non mi è mai sembrata così vicino, da quassù. Nemmeno la vita. Così vicina, ad un solo salto.

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